Fili

Ci sono fili.
Fili di lino e fili di seta.
Fili di plastica e fili d’argento.
Fili duri e fili elastici.
Fili bagnati e fili usurati.
Fili tirati e fili allungati.
Fili strappati e fili tagliati.
Fili corti e fili lunghi.
Fili bianchi e fili neri.
Fili intrecciati e fili solitari.
Fili che portano a qualcosa e fili che portano a niente.
Fili invisibili.
Fili.

Buon Natale

Nulla è come sembra la notte della Vigilia.
Lo Spirito del Natale c’è, si sente, si vede, si percepisce.
Come il profumo di una buona torta o del pane fresco che si diffonde dal forno. Lo annusi, ed è Natale.
E capita che lo zucchero si trasformi in neve e scenda dal cielo. Ed è buona la neve, e i bambini lo sanno quanto è buona, tanto che li vedi a muso in su ed a bocca aperta sotto quella soffice cascata di zucchero di neve.
Perchè tutto è possibile a Natale, basta crederci.
Basta chiudere gli occhi e sognare, e i sogni si avvereranno, e le bambole danzeranno, e le renne voleranno tra le stelle, e l’amore avrà il buon profumo del pane appena sfornato.
Il buio sarà meno buio, il freddo meno freddo, la fame meno fame, la guerra meno guerra….
Chiudiamo gli occhi e sognamo che il Natale possa durare per sempre, perchè tutto può succedere la notte di Natale.

La principessa raffreddata e Don Chisciotte – parte quinta

DC –
Sono cavaliere perché ero stufo dei miei vestiti.
L’armatura mi protegge da questa realtà sconnessa.
Sará davvero pazzia la voglia di rendere più vero il mio sognare?

PR –
Pazzia o malattia, cavaliere?
Pazzia o raffreddore?
Sai, cavaliere, il mio raffreddore non é come un qualsiasi altro raffreddore . É più simile ad un’allergia.
L’allergene é parte di me.
Non sarei principessa senza il mio raffreddore.
Sono più affezionata ai miei fazzoletti che alla mia corona.
Si sa che il naso che cola é fastidioso, ma lo starnuto… giá lo starnuto… lo starnuto é la mia liberazione.
ETCIÙÙÙ!
Starnutisco e mi si allarga il cuore.

DC –
Saranno bolle di sapone o stelle, principessa?

PR –
Forse fiocchi di neve, cavaliere!

La principessa raffreddata e Don Chisciotte – parte terza

Sei più tu cavaliere, o io principessa?
Io porto una corona e tu un’armatura.
Che la mia corona sia di carta e la tua armatura di latta, importa poco.
Importa invece che io continui ad essere dentro la mia bella torre che profuma di ciliegie e che  tu continui a dormire al chiarore della luna. La stessa luna che un tempo mi promettesti.
E dire che quella luna è ancorata alla tua lancia, ma forse l’hai dimenticato, o forse hai cambiato idea.
Ora dormi, io osservo le stelle.
Ti ricordi quando le si guardava insieme?
Si guardava le stelle insieme ed erano le stesse stelle, lo stesso cielo, lo stesso istante.

Sono più uomo io, o bimba tu?
Io porto con me una lancia e tu indossi un pigiama.
Che la mia lancia sia di zucchero e il tuo pigiama di seta, importa poco.
Importa invece che tu non scenda dalla torre a prendere la luna e a liberarla nel cielo. La stessa luna che un tempo ti promisi.
E dire che la torre tanto alta non è, ma profuma di ciliegie e smetterà di profumare se scenderai. Forse è per questo che non scendi o forse hai cambiato idea.
Chiudo gli occhi per sognare le ciliegie ed ascoltare le stelle.
Ti ricordi quando le si ascoltava insieme?
Si ascoltava le stelle insieme ed avevano lo stesso suono, lo stesso ritmo, la stessa musica.

La principessa raffreddata e Don Chisciotte – parte seconda

– Raccontatemi del vostro regno, principessa –
– Il mio regno, cavaliere, è questo tavolo. Non c’è passato e non c’è futuro tra i bicchieri. Ascolterò, cavaliere, le vostre avventure e nella vostra voce ritroverò la mia casa –
– Ci sono giganti nel vostro regno? –
– Quanti ne volete vedere Don Chisciotte! –

Il gendarme

Una foto in bianco e nero. Una foto di novant’anni fa.

C’è una donna seduta e cinque figli in piedi accanto a lei.
La donna ha i capelli raccolti ed indossa un vestito chiaro. È una donna piccola di statura, tanto piccola che i piedi a malapena sfiorano con la punta il pavimento. Ha lo sguardo severo e un mezzo sorriso.
I quattro ragazzi e la ragazza hanno l’aspetto pulito ed ordinato, nonostante i vestiti umili e le scarpe usurate.
Tutti hanno lo stesso naso, piccolo e dritto al centro del viso rotondo.
È una famiglia.
Quella donna seduta è la mia bisnonna Rosa. Quella ragazzina in piedi con i capelli neri e lunghi è nonna Mariuccia. I quattro ragazzini i miei prozii.
I fratelli guardano l’obbiettivo con un serio sorriso di circostanza, tranne uno. Lo vedi subito, sorride con gli occhi e sembra quasi prenderti in giro. È lo zio Peppino, che nella foto potrà avere otto anni e che sorride beffardo al fotografo, al mondo e alla vita.
Nonna Mariuccia osserva con me la foto.
“Sai Laura, questo è zio Peppino, guarda che occhi da furbacchione. Si cacciava sempre nei guai, e se non ne aveva, se li andava a cercare.
“Al paese, giocavano a fossa, un gioco d’azzardo, anche se a quei tempi c’era poco da scommettere, i soldi erano cosa rara. Comunque, era proibito giocarci e qualcuno, ricordo, passò qualche giornata in gattabuia.
“Peppino, che ai tempi non aveva neanche dieci anni, per guadagnarsi qualche soldo, faceva il palo. Se ne stava tutto il giorno lí, all’angolo della via, pronto a fischiettare qualora fosse passato un uomo in divisa blu.
“In realtà, in paese tutti sapevano cosa c’era dietro quell’angolo, probabilmente anche gli uomini in divisa blu, e ben preso lo seppe anche la nonna Rosa.
“Nonna Rosa era una donna dalle poche parole. Era lei il capo famiglia. Era nostra madre e nostro padre, e quando era il momento di fare l’uomo di casa, si metteva i pantaloni.
“Quel giorno nonna Rosa indossò i pantaloni e la cintura di pelle. Andó a prendere Peppino e lo portó a casa. Si diresse poi dagli uomini in divisa blu e li accompagnò dietro quell’angolo.
“Da quel giorno, in realtà, poco cambiò: i giocatori si trasferirono in un’altro vicolo e Peppino cercò altri modi per mettersi nei guai.
“Ma, da quel giorno, nonna Rosa si meritò il soprannome di gendarme e smise di mettersi i pantaloni.”